Ci pensa mai al suo funerale?

4–5 minuti

Nell’appartamento accanto al mio c’era qualcuno che stava imparando a suonare il pianoforte. L’avevo capito perché suonava i pezzi facili di Bach, che sono per principianti. Avevo iniziato anch’io con quelli, a dieci anni, e mi avevano dato parecchie soddisfazioni.
Si esercitava tutti i pomeriggi, dalle tre alle sei, con brevi pause di silenzio. Fui colpito: non avevo mai sentito di un bambino così determinato. Ripeteva ossessivamente le stesse tre note finché non riusciva a suonarle per bene, e poi ricominciava il pezzo daccapo.
Quel giorno stava suonando il Minuetto; era arrivato quasi alla fine, ma da una settimana rimaneva fermo sull’ultima pagina. Non era veloce a leggere le note, e ripeteva sempre gli stessi errori. Tra l’altro, le note tremavano e pigiava i tasti troppo forte.

Quella sera decisi di andare dai vicini a chiedere se avessero del sale. La signora mi fece accomodare nel salotto. Addossato al muro vidi un pianoforte verticale, in legno di ciliegio; i tasti non erano coperti, ma sembravano polverosi. Pensai che non c’era traccia dell’esistenza di bambini. Mi sedetti sul divano e provai a misurarne la lunghezza con le braccia, ma l’unica cosa che riuscii a capire era che sembrava un divano da ricchi.
«Non l’ho mai vista in giro», disse la signora.
«Sono una persona riservata.»
«Si intende di musica?» mi chiese. Forse aveva notato che stavo guardando il pianoforte.
Scossi la testa. «Suonavo un po’ da piccolo, ma ho smesso.»
La signora annuì.
«Suo figlio come sta?»  chiesi.
«Come?»
«Non sta imparando a suonare?»
La signora sorrise. «Questa è casa di mio padre. È lui che vorrebbe imparare.»
Guardai di nuovo il pianoforte. Ci immaginai un vecchio seduto davanti, con la schiena curva e le dita ossute che pigiavano i tasti, e gli occhi che si stringevano per cercare di distinguere le note.
«È a letto adesso», aggiunse. «Vuole che lo svegli?»
Risposi di no, e me ne andai poco dopo. Mi dimenticai del sale.

Il giorno dopo tornai alla casa accanto. Andai direttamente in salotto, e sul divano trovai un signore anziano. Aveva delle orecchie davvero molto grandi e larghe, bianche come piatti di porcellana. Rimasi a fissarlo, immaginando di servire pasta su un piatto a forma di orecchio, finché un colpo di tosse non lo scosse e mi fece sobbalzare. Si girò verso di me e piegò la testa in un cenno lento, lento. Sussurrò qualcosa, ma non gli chiesi di ripetere. Poco dopo, mi sentii le sue dita tremanti sulla spalla.
«Non ti ho mai visto in giro», disse.
«Non mi piacciono granché le persone. Mi inquietano.»
«Sei un giovanotto simpatico.» Mi sembrò che la sua voce tremasse allo stesso ritmo delle sue mani. «Sai suonare?», mi chiese.
«Un po’.»
Il vecchio smise di guardarmi. Non riuscivo a staccare lo sguardo dalle sue mani. Tremavano a ritmo disconnesso e costante, come una canzone in tempi dispari.
«Ascolta, avrei bisogno, avrei bisogno di un favore. Me lo faresti un favore?», disse il vecchio. Risposi di sì, o mi pare di averlo fatto.
«Mi faresti sentire la fine di quella canzone?»
Prima che il suo lentissimo dito riuscisse a indicare lo spartito, avevo capito che si riferiva al Minuetto. Distolsi lo sguardo e gli risposi che era tanto tempo che non toccavo più uno strumento. Poi mi alzai e tornai a casa.
Quella sera pensai a cosa potesse significare avere le mani che tremano. Non potersi legare le scarpe. Non poter scrivere a penna. Chissà se aveva mai provato a giocare a ping pong. Presi tre decisioni fondamentali: che era un bene per lui che il vecchio dovesse andarsene a breve, che avrei fatto in modo di morire prima dei quarant’anni, e che sarei morto solo.

Qualche giorno dopo la signora mi invitò a prendere un tè. Le dissi che avevo da lavorare, ma insistette. Suo padre ci teneva a rivedermi. Allora le risposi che le persone anziane mi mettevano a disagio, perché mi sembravano così fragili che a ogni parola sarebbero potute andare in frantumi. La signora rise – ma non mi sembrò una risata divertita – e mi disse che non ero costretto a venire, ma le avrebbe fatto molto piacere. Allora la seguii.
Il vecchio era già a tavola. Non riusciva a bere da solo, e la signora doveva versargli la tazzina direttamente tra le labbra contratte. Dopo averlo pulito con un fazzoletto, andò in cucina a lavare le tazze.
Il vecchio mi sorrise. Mi sembrava che traballasse, come se lo guardassi attraverso una pozzanghera.
«Spero che non ti capiti la disgrazia di invecchiare», mi disse.
«Lo spero anch’io», risposi.
«Ma, sai, è l’unico modo per vivere a lungo.» Il vecchio fece una risata leggera. «Non c’è da essere tristi.»
Lo guardai in faccia. Mi avvicinai, senza toccarlo, e fissai i suoi occhi sui miei.
«Ci pensa mai al suo funerale?», chiesi.
«Molto spesso.» Sorrise. «E tu?»
«Molto spesso.»

Antonella Massaro, 2017


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2 risposte a “Ci pensa mai al suo funerale?”

  1. Avatar renataricci65
    renataricci65

    Che tenerezza questo vecchietto con questo suo desiderio di continuare a costruire qualcosa di nuovo, di bello, anche se piccolissimo e faticosissimo! Questa fatica tremolante l’ho percepita tutta. Grazie 😘

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