Le piaceva mettersi nell’angolo più largo del divano, con la schiena contro i cuscini. Spesso si addormentava proprio lì, e si svegliava solo quando qualcuno cercava di spostarla. Il bello era che il divano non era neanche suo.
La faccenda aveva dell’incredibile: le bastava toccare qualcosa una volta perché diventasse sua. Succedeva con il divano, con i cuscini, con il frigorifero, con i maglioni, con i libri. Non lo faceva con cattiveria, o perché le piacesse rubare; solo, era impensabile toglierle qualcosa che la rendesse felice.
In quel momento non dormiva; leggeva. Aveva gli occhiali, come sempre quando si dimenticava di essere osservata, ma i capelli erano sciolti, troppo in disordine per prendersi la briga di dar loro una forma. Per sua fortuna non erano neanche tanto lunghi, le arrivavano al mento a malapena. In quel periodo le era presa la voglia di voler somigliare alle francesi dei film anni settanta, e così portava i capelli in quel buffo modo che non le stava neanche tanto bene. Non si era truccata, quella mattina, ma questo Davide lo sapeva già. Truccarsi era un rito che riservava a quando ormai non c’era più nulla da fare, l’ultima routine prima di presentarsi al mondo. Leggere per lei era una faccenda della massima intimità; perciò le pareva ovvio che prima di qualsiasi altra cosa, prima ancora di fare colazione, bisognasse leggere, in modo da separare questo momento da tutti gli altri che gli sarebbero inevitabilmente succeduti.
Davide sapeva già che l’avrebbe trovata con le unghie tra i denti e lo sguardo che vagava in direzione del muro, per poi tornare colpevole sulla pagina aperta. Era una persona prevedibile, nella sua unicità; bastava cogliere quei modi di fare che appartenevano solo a lei, ma erano pur sempre gli stessi ogni giorno. Bastava afferrare quello e l’intera persona di Monica si scopriva, senza che lei riuscisse o neppure tentasse di fuggire.
Aveva le calze nere lunghe fino al ginocchio e una maglia addosso. Forse non si era accorta che era sporca, o forse non gliene importava, non era ancora arrivato il momento di preoccuparsene. Era anche per quello che la pelle rabbrividiva, eppure lei rimaneva insensibile alle sue lamentele, con il libro tra le mani e le dita tra le labbra. Il freddo per ora non era un suo problema.
L’errore di Davide fu quello di rimanere sulla porta. L’assenza del movimento a cui era abituata la infastidì, e fu costretta ad alzare lo sguardo. Ci mise un po’ per metterlo a fuoco, capire cosa stesse facendo. Non era stupida, aveva solo il vizio di mettere il mondo da parte. In ogni caso capì. Doveva rassegnarsi al fatto che, per quel giorno solo, la routine non poteva continuare. Ma questo non la turbava troppo, perché aveva già un’idea precisa di come sarebbero andate le cose. Lei avrebbe finito di leggere, e lui sarebbe rimasto sulla porta per tutto il tempo. Poi lei sarebbe andata a sciacquarsi la faccia, pettinarsi i capelli, lavarsi i denti, cambiarsi la maglia, mettersi un paio di pantaloni e scegliere le scarpe, che aveva già scelto. Sarebbe arrivata a tavola, dove lui aveva preparato la colazione, e avrebbe mangiato mentre lui l’avrebbe osservata ancora. Si sarebbe alzata dalla sedia senza metterla a posto e chiedendo scusa dopo per essersene dimenticata. Avrebbe detto queste parole esatte, “Fa freddo fuori?”, e lui avrebbe risposto, “Fa sempre freddo, in questa cazzo di città.” Poi avrebbe riso, e lei con lui. Poi, senza sfiorarlo, sarebbe uscita senza più tornare. E lui, dopo averla guardata uscire, si sarebbe seduto per la prima volta dopo mesi nell’angolo più largo del divano. Avrebbe spostato i cuscini, infastidito dai capelli neri di cui non sarebbe mai riuscito a liberarsi.
E poi, quando tutto fu successo, Davide pianse. Per la prima volta si accorse che il divano era grande abbastanza per starci in due, ma ormai era troppo tardi.
Antonella Massaro, 2016
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