La strada è fatta così: ci sono quei campi di grano infiniti, poi spuntano i papaveri tutti in disordine in mezzo all’erba secca e agli ulivi, poi torna il grano perché pensavi che fosse finita e invece; poi c’è la staccionata. Che poi potrebbe non essere grano, potrebbe essere mais o qualche cereale del genere, ma quando me l’avevano detto, da bambina, mi ero incantata a guardare il paesaggio e le parole mi erano scivolate dalle orecchie, e ormai mi vergogno a chiedere.
La staccionata delimita una sorta di pascolo privato. È la prima volta che faccio questa strada da sola e lo so che dovrei tenere gli occhi sull’asfalto, ma tanto per strada non c’è nessuno e io guido piano. Abbasso il finestrino, ma non entra un alito di vento.
Sei anni fa, quando ancora non dovevo preoccuparmi di investire qualcuno e potevo guardare fuori dal finestrino a tempo pieno, avevo indicato la staccionata a Daniele. Era di legno marrone chiaro e si distingueva a malapena in mezzo al giallo delle spighe e dell’erba. Lui seguì il mio sguardo e annuì, sfiorandomi il dorso della mano.
«Stanno arrivando», disse mio padre sorridendomi dallo specchietto retrovisore. Daniele ritrasse la mano e la mise in tasca, tirandosi su con la schiena.
«Le vedo!» dissi. «Tira giù il finestrino!»
Misi fuori la testa, tenendomi i capelli dietro le orecchie. Aspettai che arrivassero – e ci volle poco, perché mio padre guida molto più veloce di me – e poi gridai abbastanza da farmi sentire oltre il vento: «Mucche!»
Ce n’era una con quelle chiazze bianche e nere che si vedono quasi solo nei cartoni animati, che alzò la testa con uno sguardo di sufficienza quando le passammo accanto. Le altre due erano bianche e ruminavano seccate, come se fossero già piene e lo facessero solo per senso del dovere.
Tornai seduta e mio padre rialzò il finestrino.
«Le hai viste?» chiesi a Daniele.
«Sì», rispose. «Come mai l’hai fatto?»
«Beh,» dissi cercando di appiattirmi i capelli contro la testa. «Non lo so. Mi piace gridare alle mucche quando ci passo davanti.»
«È una cosa carina», sorrise lui. Tirai un sospiro di sollievo.
«Ma lo sai che non esistono», continuò appoggiando la schiena sui cuscini dietro di lui.
«Cosa non esistono?»
«Le mucche.»
Lo guardai con lo sguardo da pesce lesso.
«Mucca è un nome scorretto. Il nome dell’animale è vacca, o giovenca se non ha avuto figli.»
Annuii e continuai a guardare fuori dal finestrino. Al ritorno, quando passammo di nuovo davanti alla staccionata, provai a gridare «Vacche!», ma nel cervello mi suonava stonato e alla fine le parole non mi uscirono di bocca. Mio padre mi disse che se n’era accorto, ed era in quel momento che aveva capito che io e Daniele non saremmo durati.
Premo il piede sul freno appena le vedo. C’è sempre quella bianca e nera, ma non sono sicura sia la stessa; non so quanto vivono le mucche. Alza la testa come l’altra volta, ma lo sguardo è più confuso. Continua a ruminare la sua erba senza staccarmi gli occhi di dosso. Un’altra, marrone con una chiazza bianca sulla testa, muove le orecchie da un lato all’altro. Ha un cartellino su un orecchio, molto elegante. Ce ne sono altre due chiare più dietro. Nel tempo che rimango ferma, tutte alzano lo sguardo almeno una volta. Alla fine, però, anche quella bianca e nera china la testa e fa finta di non conoscermi.
Giro la chiave della macchina che nel frattempo si è spenta. Apro la bocca, carico il grido in gola. Ma il motore riparte e io non dico niente.
Antonella Massaro, 2020
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