Certi discorsi a quest’ora della notte

11–16 minuti

Un autobus si fermò davanti al condominio. Rimase fermo per qualche secondo, poi i motori sbuffarono e una voce meccanica annunciò Prossima fermata Mazzini, Next station- l’ultima parola era ormai troppo lontana per essere sentita. È sceso qualcuno?, si chiese Giulio. Non aveva il coraggio di aprire la serranda della finestra. I vicini gli avevano detto che c’erano state rapine a mano armata in quella zona, lui si trovava al piano terra; non era il caso di rischiare. Non voleva esporre le piccole.
Allungò un braccio e batté sulla coperta due volte, a palmo aperto. Non successe nulla. Provò a battere una terza volta, più forte. Sentì le molle del materasso che cigolavano e il suono di piccoli passetti ammorbiditi dalla piuma. Un muso bagnato gli sfiorò il mignolo.
Prese il cane tra le braccia, senza staccare gli occhi dalla serranda chiusa. «Dove sono le tue sorelle, Alice?» chiese con voce assente. Il barboncino gli leccò il braccio nudo e posò la testa sul suo petto.
Giulio sorrise e prese ad accarezzargli il pelo, la mano aperta che si muoveva come seguendo il dondolio di una nave. Si ricordò di non essersi lavato i denti e prese un appunto mentale di farlo più tardi, o al massimo domattina.
Qualcuno aprì il cancello; Giulio alzò la testa e ascoltò. Un secondo, due secondi, tre secondi. Serratura che si apre; il portone del condominio. Uno, due, tre, quattro. Giulio si gira verso la porta d’ingresso. Il campanello non suona; un paio di tacchi salgono le scale per il primo piano.
I suoi occhi tornarono scuri. Strinse Alice al petto, chinandosi a baciarla in mezzo alle orecchie, ma il cane guaì, saltò giù e rimase a guardarlo ai piedi del letto, inclinando la testa.
Giulio appoggiò la faccia sul cuscino. Si era sdraiato nella parte sinistra del letto, sperando di ricevere un po’ di conforto dal suo odore, ma le federe erano sterili. Il suo ultimo messaggio non aveva ricevuto risposta. Quello precedente era stato ignorato. L’ultima risposta risaliva a cinque messaggi fa: torno tra poco.
Decise di alzarsi, cercando di evitare un’Alice ancora diffidente. In cucina non c’era nulla da mangiare. Ciononostante, aprì il frigorifero. Al suono dello sportello aperto, una valanga di pelo emerse dalla stanza buia e si accovacciò ai suoi piedi, fissandolo con occhi da attrice.
«Susy», sussurrò. Chiuse il frigorifero e si sedette a terra, di fronte a lei. Si guardarono negli occhi per qualche secondo, prima che Susy decidesse di leccargli il naso.
«Susy», ripeté grattandole il muso. «Mi vuoi bene, Susy?»
Susy premette il naso contro la sua mano, si stese a terra e chiuse gli occhi. Giulio le premette il palmo contro il petto, lasciando che si alzasse e si abbassasse con i suoi respiri. Si ricordò di un racconto che aveva letto, in cui il marito scomparso della protagonista tornava a casa con un cane randagio. Mi piacerebbe avere un altro cane, pensò. Basterebbe stringerci un poco.
Lasciò Susy al suo sonno e andò in bagno. Non accese la luce, per paura che Cosette stesse riposando lì da qualche parte. Si lavò i denti, raggiunse a tentoni lo scaffale e sfiorò i contorni delle boccette finché non trovò quella che stava cercando. Si spruzzò il profumo addosso ai vestiti, sperando di coprire la puzza di sudore che si portava addosso. Si guardò allo specchio, ma vide solo il vago contorno della sua ombra. Le luci delle macchine che passavano illuminavano solo metà del suo viso, e quando superavano la finestra le ombre sembravano divorargli la faccia pezzo per pezzo. Rimase ad assistere al gioco finché non ne fu spaventato.
Forse non è stata una buona idea chiederle di dormire qui anche stanotte, pensò mentre si allontanava dal bagno. Forse ha pensato che stessi andando troppo di fretta. Dovrei chiamarla e dirle che non c’è problema se vuole tornare a casa sua per oggi.
Susy stava dormendo ancora. Si sdraiò accanto a lei, appoggiando la testa sulla sua pancia. Le mise una mano sulla zampa più vicina. Si addormentò in fretta.

«Giulio?»
Il ragazzo si schermò dalla luce improvvisa con un braccio.
«Susy sta dormendo!», disse in un bisbiglio soffocato. La ragazza davanti alla porta premette di nuovo l’interruttore.
Giulio si alzò traballando. Tenne le mani tese in avanti finché non incontrò il viso della ragazza. Le sfiorò i contorni del naso e delle guance, e il brufolo sotto il mento. «Diana», sussurrò, circondandole la schiena con le braccia.
«Cosa ci facevi a dormire per terra?», chiese lei ricambiando l’abbraccio.
«Non riuscivo a dormire da solo. Hai fatto tardissimo! Mi sono preoccupato da morire, pensavo non tornassi più», rispose.
«Lo sapevi che andavo a mangiare fuori, oggi.»
«Ma non pensavo che facessi così tardi!»
Diana si staccò leggermente. «Non è neanche mezzanotte.»
«Quando mangiamo insieme non andiamo mai oltre le nove.»
«Sì, ma…» La ragazza si grattò sotto il mento. «Lo sai com’è quando si sta con gli amici.»
«Sì, beh. Magari la prossima volta potrei venire anch’io con te.»
«Non lo so. I miei amici non ti conoscono, e poi mi piace passare un po’ di tempo da sola con loro.»
«Perché? A me piace sempre stare con te.»
La ragazza rimase in silenzio. Aveva un paio di tacchi bassi e sotto la giacca marrone si intravedeva una maglia che non aveva mai visto. Decise di non fare commenti sulla larghezza della scollatura.
«Senti», disse Diana alla fine passandosi una mano tra i capelli, «ora vado a farmi una doccia. Se vuoi ne parliamo più tardi, ma non farti problemi se hai sonno.»
«Va bene.»
Quando uscì dal bagno lo vide seduto a gambe incrociate sul letto. «Non ti sei neanche svestito?» gli chiese mentre cercava il pigiama nel cassettone.
Giulio alzò le sopracciglia. «Non ci ho pensato», disse abbassando lo sguardo sulla camicia.
La camera da letto odorava di arance e formaggio fuso. Diana aveva acceso la luce del comodino, che illuminava di un giallo traballante solo un angolo della stanza. Per passare da una parte all’altra doveva evitare le scarpe sparse in giro, oppure calciarle sotto il letto per toglierle di mezzo.
«A me non dispiacerebbe se tu uscissi con i miei amici», disse lui appoggiando i vestiti appena tolti in un angolo del letto.    
Diana lo guardò con la coda dell’occhio. «A parte che non è mai successo…»
«È perché preferisco dedicare tempo a te piuttosto che a loro.»
«Va bene. Ma a parte questo, ci vediamo tutti i giorni. Tu non senti il bisogno di stare un po’ per conto tuo?»
«No», rispose lui.
La ragazza sospirò. «Non so cosa dirti. Io a stare sempre con la stessa persona impazzisco. Fammi un po’ di posto.»
Giulio si trascinò al centro del materasso, lasciandole lo spazio per infilarsi sotto le coperte. Appena si fu sistemata le si avvicinò di nuovo, prendendole una mano. Lei la scostò per togliersi i capelli dal viso, poi si stropicciò un occhio e rimise la mano sulla sua.
«Sei molto stanca?», chiese Giulio.
Diana annuì con un cenno leggero della testa.
«Allora dormiamo», disse lui appoggiando la testa sul cuscino.
La ragazza si sistemò nel letto, rannicchiando le ginocchia. «Buonanotte», disse spegnendo la luce.
«Buonanotte», rispose Giulio. Ci vollero un paio di secondi prima che riuscisse ad abituarsi al buio e a distinguere di nuovo il contorno del viso della sua ragazza.
Da qualche giorno stava parlando di un piercing al naso. “Con un naso così lungo e storto”, diceva, “l’unica cosa che può migliorarlo è un piercing”. Giulio non era del tutto sicuro di questa cosa. Non poteva negare che lei avesse un naso lungo, ma non pensava che un chiodo nella narice avrebbe potuto risolvere la situazione, se mai ci fosse stato da risolvere qualcosa. In fondo, a lui piaceva così.
«Con chi eri?», le chiese.
Diana socchiuse gli occhi. «Con amici, te l’ho detto», rispose con voce impastata.
«Sì, ma chi? Li conosco?»
«No, non credo… erano Maddalena, Arianna, Luca… vecchi amici delle superiori. Arianna ha trovato lavoro in quella…»
«Capito.» Giulio fece un gesto con la mano che lei non poté vedere e le augurò la buonanotte.
«Come mai Luca l’hai detto per ultimo?», le chiese dopo qualche minuto. Diana soffocò uno sbadiglio.
«Non lo so, così. Qualcuno doveva capitare per ultimo.»
Giulio si passò una mano tra i capelli duri. «Va bene», disse. «Buonanotte, scusa.»
Diana borbottò un “niente” e immerse la testa nel cuscino per la terza volta. Sentì un fruscio di coperte, e le braccia di Giulio le circondarono la vita, la sua testa appoggiata sul suo seno.
«Amore», disse con un sussurro, «così sento troppo caldo.»
Giulio acconsentì a malincuore e riportò la testa sul cuscino.
«Sto sbagliando qualcosa?»
Diana sospirò. «Se non hai sonno, puoi dirlo.»
«No, non importa, dormiamo.»
«Ormai sono sveglia.» A prova di questa affermazione, Diana spostò la coperta e si mise seduta. «Avanti, dimmi cosa c’è che non va.»
Giulio guardò le sue gambe intrecciate. «Non voglio fare storie, ma ogni tanto mi sembra di non essere abbastanza per te.»
«Ogni tanto?»
«Spesso.»
Diana si distese accanto a lui. «Beh, non è così.»
Lui le accarezzò la gamba più vicina.
«Diana, lo sai che sei tutto per me.»
«Sì, certo. Lo stesso per me.» Portò indietro la schiena, facendola scrocchiare.
«Morirei se tu non ci fossi.»
Diana rise. «Va bene», disse, «adesso dormiamo.»
Giulio alzò la testa e la guardò a lungo. La sua mano strinse leggermente la gamba, graffiandola con le unghie. «Non mi prendi sul serio.»
La ragazza rabbrividì e allontanò la mano. «Ho detto che dormiamo», disse, e riprese la coperta.
«No! Aspetta solo un secondo.» Riallontanò la coperta con una spinta. «È l’ultima cosa che ti chiedo, per stasera. Dimmi solo cos’ho che non va.»
Diana sospirò. «Niente, niente. Sei perfetto. Non farti problemi per nulla.»
«No, ascolta. Se tu continui a dirmi che sono perfetto, io non ci crederò mai. Se mi dici che c’è qualcosa in me che non ti piace, posso accettare che ti piaccia il resto. È facile, non ci vuole molto.»
Giulio vide la ragazza sbadigliare e massaggiarsi gli occhi con un gesto lento e stanco. «Non lo so, sei… hai le orecchie a sventola», disse alla fine.
«Pensavo ti piacessero.»
«Sì, beh, non ho detto che non mi piacciono. Sono buffe.»
«Buffe.»
«Attirano l’attenzione.»
«Cos’altro?»
«Non mi viene in mente niente.» Tornò a sdraiarsi, cercando di raggiungere la coperta con le mani. «Sono stanca, Giulio. È stata una giornata tremenda.»
«Buonanotte, amore. Grazie di tutto.» Le riuscì a strappare un bacio prima che si girasse sul fianco e chiudesse gli occhi. Le coprì le spalle con la coperta e si portò una mano sull’orecchio, toccandolo come se l’avesse appena scoperto.

Quando Diana si svegliò, pensò di essere stata lei a urlare. Aveva spesso incubi che la costringevano a svegliarsi di notte e gridare contro qualcosa che già non ricordava. Però, quando rinvenne dall’urlo non trovò nessuno a consolarla. Pensò che fosse una cosa incredibilmente sgarbata, e si guardò intorno per capire se davvero Giulio non l’avesse sentita.
Si alzò dal letto e cercò a tentoni la luce del comodino. Sentì qualcosa di morbido sotto i piedi nudi, poi un guaito soffocato e un rumore di passettini che si allontanano. Chiese scusa sottovoce. Accese la luce: Giulio non c’era. Al suo posto c’era Alice che si leccava la zampa ferita, fissandola con sguardo da vittima.
Decise di andare in cucina e bere un sorso d’acqua. Lasciò la camera da letto, inciampò nella grossa coda di Susy e tastò il punto in cui pensava ci potesse essere il frigorifero finché non sentì la forma della maniglia. Una luce fioca illuminò la stanza. Afferrò la bottiglia e la svuotò delle poche gocce che erano rimaste. Pensò che non valesse la pena di buttarla e la rimise a posto.
Un lamento sommesso attirò la sua attenzione. Guardò in direzione di Alice, che dalla penombra della camera da letto le rispose con uno sguardo disinteressato.
Un altro rumore. Veniva da fuori? Smise prima che Diana potesse capirlo. Tese le orecchie, immobile. Non sentì più nulla.
L’allarme del frigorifero lanciò un fischio meccanico. Diana chiuse in fretta lo sportello, appena in tempo per sentire un ululato da cucciolo. Riconobbe di nuovo quel rumore, e capì che era il rumore di artigli contro la porta. L’unica porta chiusa era quella del bagno.
Riuscì ad arrivarci senza inciampare. Era curioso che non passasse nessuna luce da sotto la porta; era convinta che Giulio fosse lì.
Bussò piano. «C’è l’altro cane lì con te?», chiese. Rimase in ascolto. Le zampate divennero più impazienti.
«Devo farla uscire?», chiese ancora. L’altra cagnolina – non ricordava il suo nome – era timida. Si nascondeva di solito nei cestini e negli scaffali, finché qualcuno non la tirava fuori. Forse qualche rumore l’aveva spaventata.
Mise la mano sulla maniglia e vide che non era chiusa a chiave. «Sto entrando», avvertì. Non appena la porta fu aperta, un fulmine dalle zampe corte si precipitò fuori dalla stanza.
«Sei qui, Giulio?» chiese Diana. Un verso di assenso la tranquillizzò. «Ci vediamo a letto», disse con tono pacato. La ragazza tornò in camera, ma aggrottò la fronte appena vide il letto.
«Scendi di lì», disse. La cagnolina la guardò con occhi spaventati e saltò giù. Diana si chinò sulle coperte; erano piene di impronte rosse.
«Cos’hai combinato?», le chiese sottovoce. Lasciò la camera e aprì di nuovo la porta del bagno.
«Ascolta, credo che il cane si sia fatto male. Perde sangue.»
Accese la luce. Dovette chiudere gli occhi per un attimo di fronte alla potenza del lampadario. Quando li riaprì, sentì la saliva asciugarsi nella bocca.
Giulio era in piedi di fronte allo specchio. Con una mano si teneva al lavandino, l’altra stringeva un rasoio. Il petto si alzava e si abbassava affannosamente sotto la maglia, ma sorrideva nella sua direzione. Il taglio arrivava dall’inizio dell’orecchio alla mandibola, in diagonale, spezzata come un vecchio fiume.
«Cosa stai facendo?» gli urlò Diana. Gli strappò il rasoio dalle mani e lo gettò nel lavandino, avvicinandosi a passi larghi. Si accorse della pozza di sangue a terra quando ormai i suoi piedi ne erano immersi.
«Non ho acceso la luce perché non volevo svegliare Cosette», disse con una risata leggera, «ma ho preso male la mira. Mi dispiace di averti svegliata.»
«Ma perché? Non potevi farlo domani?»
Diana sospirò e gli pulì la faccia con un asciugamano. Si accorse che era molto più pallido del normale, e che i suoi occhi erano spenti.
«Non mi stavo tagliando la barba.»
Si voltò sorridendo.
«Avevi detto che non ti piacevano le mie orecchie. Ho pensato che se le avessi tagliate…»
La mano della ragazza lasciò cadere l’asciugamano e planò sulla sua faccia. Giulio si massaggiò la guancia, guardandola confuso.
«Ti prego, ti prego, non farlo mai più», disse Diana con voce roca.
Giulio scosse la testa. «Per te, l’ho fatto per te.»
«Chiamo un’ambulanza.»
«No, ascolta.» Le prese un polso con la mano, disegnandole un braccialetto di sangue. «C’è una cosa che non sai.»
Diana soffocò un singhiozzo. «Hai perso una marea di sangue.»
«Alice, sai? È un maschio.»
«Cosa?»
«Ma le femmine sono più affettuose.»
E svenne.

Antonella Massaro, 2017


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Una risposta a “Certi discorsi a quest’ora della notte”

  1. Avatar renataricci65
    renataricci65

    Eccomi! Finalmente ce l’ho fatta!!!
    Come prima cosa, complimenti!
    La storia (terribile per me) è scritta benissimo, mi sentivo in quella stanza, con l’angoscia di lui e la stanchezza di lei davanti agli occhi e sul mio collo…
    Ottimo lavoro ❤️

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