Fatto sta che Fru non si ricordava come mai fosse andato al supermercato. Forse aveva troppe cose da fare e aveva bisogno di non pensarci, o aveva troppo a cui pensare e aveva bisogno di qualcosa da fare. Una delle due. Comunque ormai c’era andato, era tornato e si era pure preso uno snack con i tre euro che gli erano rimasti sul conto, quindi era inutile ragionarci sopra.
Era steso sul piano di sotto del letto a castello, Lella stava sul piano di sopra a giocare col suo Nintendo. Giocava senza volume e si sentiva il rumore dei tasti.
Aprì la confezione, che fece quel rumore croccante che fanno le buste degli snack oppure gli assorbenti, uno dei due. Infilò la mano e afferrò un batuffolo grosso quanto un acino d’uva. Lo inghiottì in un colpo solo, e sentì il sapore meno sapore che avesse mai sentito, come di zucchero filato ma depresso. Come di mura bianche dell’ospedale.
Guardò la confezione. Sull’etichetta blu, c’era scritto in bianco: Ovatta.
“Che schifo”, gridò. La testa di Lella sbucò dall’alto.
“Fammi vedere”, disse. Gli strappò la busta dalle mani – sporgendosi in una maniera pericolosa che non preoccupò nessuno dei due – e tornò a stendersi. La sentì ridere.
“Ti metti a mangiare l’ovatta adesso?”
“Pensavo fosse uvetta”, disse Fru.
“Come cazzo fai a confondere l’ovatta con l’uvetta?”
“Ma che ne so”, rispose lui mettendosi seduto. “Magari sono daltonico.”
“Ah, può essere.”
“Però adesso non so più che mangiare.”
“Vai a comprare l’uvetta, no?”
“Ho finito i soldi.”
“Ah. E vabbè.”
Fru incrociò le dita e guardò fisso la parete della loro camera.
“Non so neanche che ci si fa con l’ovatta.”
“I peluche”, rispose Lella. “O che ne so, le cose da infermiere. Se decidi di fare l’infermiere non hai bisogno di comprarla. Basta che non te la mangi tutta prima.”
Fru sospirò. “Che cazzo, avevo proprio voglia di uvetta.”
Lella sbucò di nuovo e lo guardò. “Non è neanche così buona”, disse. “Il panettone non lo mangi neanche perché dici che tutte le cose che ci sono in mezzo ti fanno cagare.”
“Sì, ma se la mangi da sola è una cosa diversa.” Diresse lo sguardo verso l’alto, contando le assi del letto sopra di lui. “Una cosa diversa.”
“Vabbè.” Il letto cigolò e i tasti ricominciarono a fare rumore. Fru rimase così ancora un po’, poi prese il cellulare. Poi cambiò idea e andò a prendere il computer.
Aprì Photoshop e passò i quarantadue minuti successivi a creare una grafica in cui ovatta e uvetta si tenessero per mano, con un arcobaleno dietro e un girotondo di omini di ogni colore. Faceva abbastanza cagare.
Sul post di Facebook scrisse: urgente cercasi qualcuno disposto a scambiare confezione di ovatta con confezione di uvetta gratuitamente. ovatta in near mint condition sapore decente. no discriminazione ma se siete gay per favore ditelo prima. ripeto no discriminazione.
Inviò e spense il computer direttamente dal tasto di chiusura. Ora non poteva far altro che aspettare.
Il messaggio, da parte di Gennaro Canaglia, diceva:
Ho quello che cerchi. Vediamoci dietro la scuola elementare in via Mimosa alle nove di stasera, sotto il lampione che funziona male. Il pacco dev’essere anonimo, fai in modo da non attirare l’attenzione.
Fru era sotto il lampione già da venti minuti e ancora non si vedeva nessuno. Aveva messo l’ovatta dentro una busta di carta di quelle per il pane, e aveva messo il cappotto con la croce nordica, che di solito non metteva perché a Milano ce l’avevano tutti. All’inizio aveva anche messo le Vans a quadri ma quando era passato davanti allo specchio aveva quasi vomitato. Si guardava intorno nervosamente, cercando di tenere a mente che non stava facendo niente di illegale, e che tra pochi minuti avrebbe sentito in bocca il dolce sapore dell’uva essiccata. Se il tizio non si tirava indietro, ovviamente.
Il tizio arrivò dieci minuti dopo, con il fiatone. Aveva gli occhiali da sole, un cappotto lungo e un berretto verde calato così tanto sulla fronte che sembrava dovesse cadere.
“Scusa”, disse l’uomo. “Non riuscivo più a orientarmi.”
“È perché hanno aggiustato il lampione”, disse Fru puntando verso la luce stabile.
L’uomo annuì. Fru lo guardò, poi si guardò intorno.
“Quindi sei tu… Gennaro?” disse facendo l’occhiolino vistosamente.
“Sì. Perché lo dici così?” disse l’uomo sospettoso.
“Ah, scusa”, rispose Fru. “Pensavo fosse un nome falso. Non pensavo che il nome Gennaro esistesse davvero.”
“Perché, tu come ti chiami?”
Fru rimase in silenzio. “Mi chiamano Fru”, disse tentennando.
Gennaro fece un passo in avanti. “Hai portato la roba?” sussurrò.
“Uh. Sì”, disse Fru a voce normale, facendogli vedere il pacchetto. L’uomo sorrise e porse a lui una busta di plastica del Tiger. Lo scambio avvenne velocemente e senza confusione.
“Cosa te ne farai di quell’ovatta?” chiese Fru.
L’uomo aggrottò le sopracciglia. “Fai troppe domande, ragazzo”, disse.
“Ho trent’anni”, disse Fru. L’uomo si voltò e fece per andarsene, e Fru fece lo stesso.
“Senti”, gridò l’uomo dopo qualche passo. Fru si girò di scatto.
“Come hai fatto a confondere l’ovatta con l’uvetta?” chiese l’altro.
“Boh, penso di essere daltonico.”
“Ah, ho capito.”
Quando l’uomo fu sparito nello smog, Fru tastò la busta per assicurarsi che fosse piena. Infilò una mano all’interno e prese un batuffolo della dimensione di un chicco di mais. Lo inghiottì tutto intero.
Zucchero filato depresso.
Antonella Massaro, 2020

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