Un gatto e una fetta di prosciutto

16–24 minuti

Giovanna aveva trovato un gatto. Non aveva mai avuto gatti, né animali, né coinquilini, né ospiti. Non sapeva se avessero bisogno di attenzioni speciali, come una piccola porticina per entrare e uscire o un peluche per tenergli compagnia nelle ore più fredde della notte. In ogni caso, l’istinto materno non le era mai appartenuto.
Trovò il gatto nel lavandino del bagno di casa sua. Era grosso, grigio, con il muso bianco e il naso rosa come una ciliegia acerba. Aveva le orecchie piccole e rovinate, le zampe sotto la pancia e la coda arrotolata.
Giovanna si avvicinò e lo guardò bene. Era vivo, senza dubbio. Russava anche un po’.
«Ehi.»
Il gatto non si mosse.
Giovanna gli prese un orecchio tra le dita e lo tirò. Il gatto scosse la testa, aprì un attimo gli occhi e li richiuse.
«Allora?»
Lo prese e lo posò sul pavimento. Era molto più leggero di quello che si aspettava; le sue mani affondarono nel pelo come in una bacinella d’acqua. Le sue zampe erano bianche e tanto corte da sembrare difettose. Il gatto la guardò, fece un giro su se stesso e si accoccolò sul pavimento.
«Va bene, fai quello che vuoi», disse Giovanna.

Non faceva rumore, mentre camminava. Aveva le zampe soffici, e sulle mattonelle del pavimento si appoggiavano come la polvere. Aveva cura di non lasciare mai traccia di sé; non aveva mai una macchia sul naso, un pelo fuori posto. Lasciava la sua scodella così pulita che era difficile capire se fosse mai stata riempita, tant’è che capitava che Giovanna la riempisse due volte. Beveva latte la mattina, e a pranzo mangiava quello che Giovanna cucinava per sé, in una porzione più piccola. A cena non mangiava mai, ma gli piaceva sedersi accanto a lei e farle compagnia.
Giovanna non era una cuoca eccezionale. Cucinava spesso pasta, a volte con qualche verdura surgelata che buttava nell’acqua bollente con ancora il ghiaccio attaccato alle foglie. Comprava poca carne e molto pesce, e quando lo mangiava era sempre di buon umore. A volte, quando non le andava di cucinare, vuotava una bottiglia d’olio nella padella e ci gettava dentro cose che erano nel freezer da mesi, e la casa si riempiva di fumo.
Un giorno tornò a casa con un petto di vitello.
«L’ho trovato con lo sconto perché sta per andare a male», disse al gatto mentre strappava la confezione, «ma noi lo mangiamo adesso, quindi non ce ne frega niente.»
Il gatto saltò sulla credenza e si sedette.
Giovanna mise il vitello a cucinare. «Avvisami quando è pronto», disse al gatto, «che io vado a farmi una doccia.» Quando tornò, il vitello era bruciato.
«Stai scherzando?», disse. «Lo sai che questa roba la mangi anche tu, vero?»
Provò a metterci un po’ di pepe, ma non le parve che migliorasse la situazione. Ne tagliò un pezzo e lo gettò nel piattino del gatto.
«Dimmi tu. Lo buttiamo?»
Il gatto scese dalla credenza e mangiò un boccone. Lo masticò a lungo, lo buttò giù e rimase a pensare per qualche secondo.
«Hai un po’ di maionese?», chiese.
Giovanna lo guardò.
«La maionese?», chiese.
«Eh», rispose il gatto.
Giovanna si alzò e aprì il frigorifero. Guardò in alto, dove c’erano le salse.
«Non ce n’è», disse. Il gatto arricciò i baffi. Giovanna continuò a guardare, mettendosi in punta di piedi.
«C’è il ketchup, la salsa cocktail e il paté di tonno.»
«Ancora meglio», disse il gatto. «Prendi il paté di tonno.»
Giovanna si girò con un sorriso di scherno. «Il tonno sulla carne? Ma dove vivi?»
«Fidati», disse il gatto.
Giovanna alzò le spalle e prese il tonno. Lo spremette sul vitello e ne versò una parte nel piattino del gatto. Ne tagliò un pezzo e lo mise in bocca.
«Beh, okay», disse. «Non è proprio brutto.»
«Quantomeno è commestibile», disse il gatto.
Giovanna annuì. Si sedette sul pavimento accanto al gatto e continuò a masticare.
«Sarebbe stato più buono se mi avessi avvisata che stava bruciando», disse.
«Mi sono distratto», disse il gatto. «Ho una soglia d’attenzione molto bassa.»
«Bella scusa. La userò la prossima volta che mi dimentico di darti da mangiare.»

«Ci metterei un po’ più di giallo», disse il gatto. Guardava lo schermo dallo sgabello accanto al tavolo dello studio, quello che Giovanna ogni tanto usava per appoggiarci i piedi.
«Non hai altro da fare che stare qui in mezzo alle palle?», gli chiese Giovanna mentre spostava l’indicatore del colore verso la tonalità del giallo. L’immagine prese un tono più caldo.
«Da solo mi annoio.»
«Beh, io devo lavorare», disse Giovanna, picchiettando con il mouse una zona della foto che non le piaceva. «Questo affitto non lo paghi tu.»
Il gatto cominciò a leccarsi il pelo della pancia. Era ingrassato, da quando abitava con lei.
Giovanna tolse la mano dal mouse e allontanò la sedia dal tavolo per guardare il suo lavoro da lontano. Si tamburellò sulla gamba, pungendosi con le unghie scheggiate. Nell’immagine c’era un bouquet di fiori tra le mani di una sconosciuta. Era stata scattata poco più in alto, da mani non molto esperte. Il suo compito era quello di renderla una bella foto.
«Questa foto è una merda», esclamò. «Non ce la farò mai.»
«Se ti fossi alzata presto avresti già finito», disse il gatto.
«Se tu contribuissi in qualche modo a questa casa…», iniziò a dire Giovanna, ma non le venne in mente un modo per finire la frase. Rimase a guardare l’immagine, trapassando lo schermo con lo sguardo.
«Invitiamo qualcuno, stasera?», disse il gatto.
Giovanna sorrise. «Uno dei tuoi amici? Facciamo una festa, dici? Se mi dai l’indirizzo preparo gli inviti.»
«Pensavo amici tuoi, piuttosto.»
Giovanna si girò a guardarlo, poi riportò lo sguardo allo schermo. «Ti pare che abbia mai risposto al telefono?»
«No, però ogni tanto vibra. Ci dev’essere qualcuno che ti vuole vedere.»
«Sono chiamate di lavoro.»
«Ah, sì?»
Giovanna si appoggiò le mani sulle ginocchia e si abbassò fino ad arrivare al suo livello. «Ti pare che tu possa prenderti la libertà di non credermi, adesso? Non sono cose che ti riguardano.»
«Giovanna, la solitudine ti fa male», disse il gatto. «Non puoi continuare così.»
«Ah!», esclamò la ragazza alzandosi in piedi. Il gatto saltò giù dallo sgabello e si sedette sul pavimento. «Quindi ho vissuto da sola per sette anni e adesso un gatto mi viene a dire che mi fa male, e io gli credo. E all’improvviso comincio a uscire e fare amicizie e divento una persona normale, è questo che ti aspetti?»
Il gatto si allontanò di qualche passo. Giovanna si chinò sulle ginocchia e gli sfiorò il muso con il naso.
«Impara a essere meno arrogante. Ora esci di qui e goditi un po’ di solitudine. Esci!», gridò Giovanna. Il gatto si rizzò sulle zampe e lasciò la stanza.

Stava acciambellato sul divano, con il muso incavato nelle zampe. Giovanna lo vide subito, appena uscì dallo studio. Si sedette accanto a lui e il gatto sollevò un paio di occhi svegli.
«Dobbiamo parlare», gli disse Giovanna.
Il gatto continuò a guardarla. Giovanna si schiarì la gola e strinse le ginocchia al petto, appoggiando i piedi sul cuscino del divano.
«Soffro di depressione», disse.
Il gatto non si mosse.
«E ho dei problemi con le relazioni.»
«Me ne sono accorto», disse il gatto.
Giovanna sbuffò. «Allora il discorso è chiuso. Non c’è più bisogno di parlarne.»
«Non lo so», disse il gatto.
La ragazza appoggiò la testa al muro. «Guarda», disse. «Se riesci a farmi guarire con una bacchetta magica, io sono contenta. Ma dirmi di uscire e spassarmela non funziona.»
«Ci hai provato?»
«Non funziona. Anzi, mi fa solo incazzare.»
Il gatto rimase in silenzio. Giovanna si staccò una pellicina dal dito.
«Ho provato ad avere amici, quand’ero piccola. Sapevo che i miei genitori ci tenevano. Ma ti assicuro che non funziona.»
Il gatto scosse la testa, come per liberare le orecchie da un suono fastidioso. «I tuoi genitori?»
Giovanna alzò le spalle.
«Cos’è che provi, quando stai con le persone?»
«Non lo so», disse Giovanna. Indagò il soffitto con uno sguardo attento. «Non mi sento a mio agio.»
«Ti senti fuori posto, come un animale scappato dallo zoo?»
Giovanna lo guardò. «Esatto», disse alla fine.
«Beh, okay, è legittimo. Ma continuare a nascondersi…»
Giovanna si grattò un sopracciglio. «Non ne ho parlato con te per sentirmi giudicare», disse.
«Non ti sto giudicando», disse il gatto.
«Mh. Costruisci metafore molto elaborate, per essere un gatto.»
«Modestamente.»
«No, non hai capito cosa intendo. Io non so da dove vieni, chi sei, con che diritto vieni a dirmi queste cose. Non è giusto.»
«Non voglio parlare di me», disse il gatto. «E non sono io ad avere problemi da risolvere.»
«Che stronzata. Ho un problema? Sì. Posso risolverlo? Niente affatto.»
Il sole stava già tramontando; era passato da poco il periodo in cui le giornate erano abbastanza lunghe da lavorare fino a sera. Adesso, già alle sette Giovanna si sentiva stanca. Dovevano essere le nuvole, che rendevano tutto un po’ più faticoso.
«Io ho un’idea abbastanza chiara. Posso dirtela, se vuoi», disse il gatto.
Giovanna stava per dire di no, ma si morse le labbra e chinò la testa. Cercò di tirarsi un’altra pellicina dalle dita, senza riuscirci.
«Secondo me ti stai nascondendo dietro la tua depressione.»
«Stai dicendo che me la sono inventata?», disse Giovanna.
«No», disse il gatto, «ma non ne vuoi uscire davvero. Lo so che è comodo, è un buon nascondiglio. Non devi giustificarti per nulla. Non ti biasimo, ma devi rendertene conto. Non può durare per sempre.»
«Io sono una persona fragile. Non puoi sapere cosa vuol dire.»
«Sei fragile o hai una parte fragile?» chiese il gatto. «Gli alberi fanno crescere i propri frutti più in alto per non farli mangiare dagli animali. Le noci hanno il guscio, per proteggere il loro seme. Tu cosa fai per renderti più forte?»
Giovanna si asciugò gli occhi. «Vai via!», gridò. «Per una volta che avevo deciso di fidarmi.»
Il gatto saltò giù dal divano e si sedette di fronte a lei. «I tuoi genitori ti amano, Giovanna, e tanti altri con loro. Te ne accorgerai quando aprirai gli occhi.»
La ragazza cercò di alzarsi, ma le gambe cedettero. Ci riprovò, e aprì la finestra della cucina.
«Esci fuori», disse. «Voglio stare da sola.»
Il gatto non si mosse.
«Allora?»
«Giovanna», disse il gatto.
«Fuori!»
Il gatto saltò sul cornicione della finestra. Giovanna la chiuse di scatto. Lo sentì miagolare una volta, poi più niente. La ragazza andò in cucina, aprì il freezer e tirò fuori il barattolo di gelato. C’era ancora il cucchiaio dentro, mezzo congelato, incastonato come la spada di Re Artù. Si stese per terra e aspettò di sciogliersi insieme a lui.

Giovanna aveva avuto un fidanzato, da piccola. Era un ragazzo che scavalcava ogni giorno il muretto di casa sua per riprendersi il pallone che i suoi amici lanciavano troppo lontano. I genitori della ragazza, con uno sguardo tra il malizioso e il commosso, le suggerirono che in realtà fosse lui a lanciare il pallone, e che scavalcasse ogni giorno solo per sperare di vederla. Lei arrossì, e il giorno dopo aspettò che il pallone cadesse nel giardino.
Giovanna aveva una pelle chiarissima e capelli lunghi e sottili, che già allora pettinava solo di domenica. Aveva – già allora – le guance scavate e i fianchi talmente stretti da poter indossare solo pantaloni con l’elastico. E già allora, usciva di casa solo per andare a scuola. William lo sapeva, e per questo andava tutti i giorni da lei. Fu felice di poter entrare dalla porta principale, quando lo stratagemma del pallone venne scoperto: passavano il tempo guardando la televisione e buttandosi i cuscini addosso, e a volte si fermava per cena. La prima volta che sentirono Giovanna ridere, i suoi genitori tirarono un sospiro di sollievo.
Due mesi dopo, William arrivò a casa di Giovanna con una bustina di carta tra le mani. Disse che aveva dovuto lavorare con i suoi zii per più di un mese per mettere tutti quei soldi da parte, ma alla fine ne era valsa la pena. Lo porse a Giovanna, torcendosi le mani mentre lei lo apriva. Ne tirò fuori una collanina con un ciondolo a forma di delfino.
Giovanna la gettò a terra e si chiuse nella sua stanza. William bussò per mezz’ora, rifiutandosi di andarsene finché lei non gli avesse detto qual era il problema. Il problema era che William stava cercando di cambiarla, gridò lei da dietro la porta, che voleva che diventasse una ragazza come tutte le altre. William le assicurò che no, non era vero, voleva solo farle un regalo carino. Giovanna disse che lei non indossava collane, che lui non la conosceva affatto, non si era mai dato la briga di conoscerla, e che era finita. I genitori lo consolarono, dicendogli che non era raro che Giovanna avesse questi scatti d’ira; entro pochi giorni sarebbe tornato tutto come prima. Ma passò quasi un mese, e alla fine William e i suoi amici presero a giocare in un altro quartiere.

Giovanna era ancora sveglia, a mezzanotte. Aveva un barattolo di gelato tra le mani – un gusto diverso dal solito, il pistacchio – e stava guardando un programma sulle catastrofi naturali, già iniziato da un po’. Teneva il volume basso, ma abbastanza alto da non sentire i graffi sulla porta né la prima volta, né la seconda. Il chiassoso miagolio della terza volta lo sentì, ma pensò che fosse uno dei gatti uccisi durante il tornado e non se ne diede pensiero. Quando la scena cambiò e il miagolio non accennò a farsi meno insistente, finalmente capì.
Posò il gelato per terra e andò ad aprire, trascinando i piedi nudi sulle mattonelle. Davanti all’uscio, illuminato dalla luce giallastra dei lampioni, c’era il gatto.
«Sei tu?», gli chiese Giovanna fingendo uno sbadiglio.
Il gatto mosse le orecchie avanti e dietro.
Giovanna si spostò per farlo entrare, ma il gatto non si mosse.
«Cosa vuoi?», gli chiese.
«Usciamo.»
«Dove andiamo?»
«Fuori.»
Giovanna annuì. «È un appuntamento?», disse.
«Un appuntamento», rispose il gatto.
La ragazza rientrò in casa, spense la televisione e cercò le chiavi in mezzo ai due cuscini del divano. Si trascinò fuori dalla porta e se la chiuse dietro con un gesto veloce.
«Dove andiamo?», chiese.
Il gatto cominciò a camminare.
«Dove sei stato, tutto questo tempo?», gli chiese ancora. Il gatto continuò a non parlare, e Giovanna smise di fargli domande.
Camminarono per una ventina di minuti, lungo strade strette che Giovanna non conosceva, finché non arrivarono davanti a una rosticceria. Era un locale piccolo, illuminato poco, occupato solo da una coppia che stava chiacchierando. Il cameriere leggeva appoggiato al bancone e le serrande erano già mezze abbassate.
«Hai prenotato?», gli chiese la ragazza.
«Devi pagare tu», disse il gatto. «Non ho soldi.»
Giovanna fece schioccare la lingua. «Sei tu che dovresti pagare, visto che mi hai invitata.» Si frugò nelle tasche dei pantaloni. «Comunque ho solo spiccioli. Possiamo prendere al massimo un gelato.»
Il gatto si alzò sulle zampe e aspettò che Giovanna gli dicesse dove andare. La ragazza prese una strada a caso e camminarono finché non si trovarono davanti a una gelateria.
«Che gusto vuoi?», chiese al gatto.
«Qualsiasi cosa con il latte che non sia cioccolato», rispose lui.
La ragazza entrò e ne uscì con una coppetta al fiordilatte. Camminarono ancora un po’, poi si sedettero sui gradini di un palazzo. L’asfalto era duro e freddo sotto i suoi piedi nudi, ma cercò di non farci caso. Era una strada stretta, e in giro non c’era nessuno.
«Sei riuscita a parlare con il commesso», le disse il gatto.
«Faccio anche la spesa», disse Giovanna porgendogli il gelato. «Le relazioni formali non mi spaventano.»
Il gatto diede un paio di leccate al gelato. «Sono contento che tu abbia accettato di uscire», disse.
«In realtà», disse la ragazza, «voglio sapere cosa vuoi.»
«Voglio tornare a stare con te», disse il gatto.
Giovanna si avvicinò il gelato alla bocca. «Non vuoi chiedermi scusa per quello che hai detto?», chiese.
«No. Sono ancora convinto di avere ragione.»
Giovanna fece una smorfia. Il gatto scese dal gradino.
«Non vuoi più gelato?»
«No, mi si congela la testa. Aspettami qui.»
Quando il gatto tornò, il gelato era finito.
«Cos’hai in bocca?», chiese Giovanna.
Il gatto le si sedette davanti e posò a terra un ammasso di pelo grigio e sporco, con due occhi gialli che uscivano dalla testa e una coda lunga come un grosso lombrico.
«Ma il regalo non è questo», disse il gatto. Girò con il muso la bestiola e le mostrò il petto sviscerato. «È il cuore.»
Giovanna si avvicinò. Effettivamente, al centro del petto c’era quello che poteva sembrare una piccola caramella rossa. Annuì.
«Immagino tu l’abbia fatto perché pensi che non sia capace di nutrirmi da sola.»
«No», disse il gatto. «L’ho fatto perché era un bel regalo. Dovresti essere felice.»
Giovanna si leccò le labbra. L’aria era un po’ fredda e sentiva il vento sulla pelle screpolata. Ogni tanto si massaggiava le braccia senza rendersene conto. Poco lontano dalla stradina si sentivano le voci dei passanti che tornavano a casa, riuniti a gruppi in chiacchiericci allegri.
«Non ho mai ricevuto regali», disse Giovanna.
«Mh», disse il gatto. «Neanche uno?»
«No, neanche uno.»
Il gatto alzò brevemente le zampe, una a una, come per sentire se il terreno c’era ancora.
«A casa tua c’era una boccia», disse. «C’è ancora, secondo me. Una boccia vuota, con dentro dei pesciolini di carta argentata, e delle parole scritte dietro.»
«Ah», disse Giovanna. «Sì, non l’avevo considerato un regalo. Se la vuoi mettere così. Avrei dovuto metterci dell’acqua e dei pesci veri, ma non ho mai avuto la voglia.»
«Forse ti piacciono quei pesciolini di carta, con quelle parole scritte dietro.»
«Hai letto cosa c’è scritto?»
«Non so leggere», disse il gatto.
«Meglio così.»
Giovanna stirò le braccia e allungò le gambe sulla strada. Aveva delle gambe lunghe e coperte di peli scuri, come steli di papavero.
«I miei genitori», disse, «me la diedero quando avevo dodici anni. Avevo una passione insana per il pesce, ma non avevano capito che mi piace solo mangiarli.»
«È un regalo carino», rispose il gatto grattandosi il cuscinetto della zampa anteriore con i denti.
Giovanna alzò le spalle. «Sì», rispose dopo un po’. «Ma non era quello che volevo.»
«Ma l’hai portato nella tua casa.»
«Non volevo che ci rimanessero male. Mi importava ancora, all’epoca.» Si girò verso il gatto. «Ehi, non mi piace come sta andando questa conversazione.»
Il gatto continuò a grattarsi il cuscinetto. La ragazza si alzò e andò a buttare la coppetta.
«Il fatto», disse quando si sedette di nuovo accanto al gatto, «è che la gente non mi capisce, ma fa sempre finta di saperne più di me. E io dico, sono io che ho vissuto tutta la vita con me stessa. Dovrò pur saperne di più degli altri su come sono fatta.»
Il gatto smise di grattarsi il cuscinetto e cominciò a leccarsi le orecchie. Lo faceva con un gesto fluido: leccava la zampa, la portava alle orecchie, la avvicinava di nuovo al muso.
«Anche tu fai questa cosa. Sembra sempre che tu ne sappia più di me. Ma ti sbagli. Comunque non voglio parlarne ora.»
Il gatto lasciò perdere l’orecchio.
«Andiamo a casa», disse Giovanna, sollevando il regalo da terra.

Quando si svegliò, quella notte, Giovanna vide il gatto che giocava con i pesci nella boccia. Li faceva muovere con una zampa, facendo illuminare le scaglie argentate alla luce della finestra. Sembrava molto concentrato, e non volle disturbarlo. Si sedette accanto a lui e lo guardò.
Quando il gatto ritrasse la zampa, Giovanna si schiarì la gola. Il gatto attese.
«Ho deciso di portare un regalo ai miei», disse.
Il gatto mosse la testa. «Ottimo», disse. «Come mai?»
«Non lo so», disse lei. «Per non sentirti parlare, credo.»
«Va bene», disse il gatto. «Cosa portiamo?»
«Pensavo di portare il tuo topo, se non ti dà fastidio. Non è riciclo di regalo, è come un passaggio di testimone.»
Il gatto fece saettare la coda, come per dire che non gli dava fastidio, o che se gliene dava non voleva darlo a vedere. Giovanna andò a prendere il topo, che aveva lasciato all’ingresso.
«Bleh», disse. «Puzza da morire.»
«Ovviamente», disse il gatto. «Posso andare a prenderne un altro, se vuoi.»
La ragazza scosse la testa. «Se non lo faccio adesso, poi non lo faccio più. Vediamo cos’altro c’è in casa.»
Andò in cucina e aprì il frigorifero. Non c’era molto, perché la giornata della spesa era stata almeno cinque giorni fa. C’erano due bottiglie di salsa vuote a metà, un’insalata, cinque barattoli di pomodori secchi e tre pacchi di affettati.
«Una fetta di prosciutto», disse Giovanna con tono convinto. Il gatto annuì.
Giovanna prese la confezione di prosciutto cotto, la strappò e ne tirò fuori una fetta grossa. La tenne tra due dita e uscì di casa, con il gatto a seguirla poco distante.
Camminarono per mezz’ora e si fermarono di fronte a una casa color panna. Era vecchia, ma le porte erano state cambiate di recente e non sembravano appartenere a quell’edificio. A Giovanna davano un po’ fastidio. Le finestre erano tutte chiuse e non si intravedeva neanche uno spiraglio di luce.
Giovanna lasciò la fetta di prosciutto davanti alla porta.
«Non vuoi suonare?», disse il gatto.
«No», rispose lei.
«Ma non capiranno che è il tuo regalo, se non suoni.»
Giovanna scacciò l’aria con le mani. «Ho già fatto tanto per oggi.»
«È vero», disse il gatto. Si voltarono entrambi. Giovanna gli parlò a bassa voce, mentre camminavano. Gli raccontò della sua infanzia, dei suoi studi, di quello che le piaceva davvero fare. Da piccola aveva provato a diventare una scultrice, ma si era arresa quasi subito e aveva cominciato a raccogliere i soldi per comprare una fotocamera. Faceva delle foto decenti, e pensava che se si fosse applicata sarebbe potuta diventare una brava fotografa. Ne aveva ancora alcune conservate, da qualche parte. Le migliori. Paesaggi, soprattutto. Il gatto le propose di stamparle, e lei disse che ci avrebbe pensato.
Quando arrivarono a casa si accorsero di non aver chiuso la porta. Giovanna si stese sul divano e si addormentò quasi subito. Il gatto le saltò sulla pancia e prese sonno poco dopo.
La mattina dopo Giovanna si svegliò e gli fece una carezza sulle orecchie. «Cosa vuoi per colazione?», disse.
Il gatto si stiracchiò e si leccò le labbra. Non parlò mai più.

Antonella Massaro, 2017


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