La cattiveria delle matite violette

6–9 minuti

Era una tragedia. Una vera e propria catastrofe, una calamità di proporzioni apocalittiche. Il peggior avvenimento negli ultimi dieci anni di vita di Matteo, che poi erano anche i primi. Si era rotta la punta della matita.

Ma non era certo una matita qualsiasi ad essersi spezzata; Matteo non era tipo da fare scenate per simili sciocchezze. Era stato il violetto a tradirlo nel momento del bisogno. Come poteva colorare il suo unicorno se il violetto si era appena ribellato? Sarebbe stato costretto a tingerlo di rosa, ma non si era mai visto un unicorno rosa, e anche se ci fosse stato si sarebbe trattato di un unicorno stupido. Il suo unicorno invece era intelligente, forte, bello. Un unicorno violetto, appunto.
Purtroppo avrebbe visto sua madre solo tra parecchio tempo, e in ogni caso non era affatto sicuro che lei avesse una matita color violetto, quindi doveva inventarsi qualcos’altro. Matteo si guardò in giro, osservando la piccola sala in cui si trovava già da troppo tempo. Sul pavimento, bianco come le pareti, erano sparsi i suoi fogli pasticciati e le sue matite. Aveva sporcato un po’ per terra, ma non se ne diede tanto pensiero. Seduti sulle sedie di metallo ai lati della stanza c’erano una donna elegante, un signore piuttosto anziano con un cappello alto e buffo e un uomo con un paio di occhiali che gli scivolavano sul naso ogni volta che si chinava sul libro che stava leggendo, con il risultato che da quando era entrato era sempre fermo sulla stessa pagina. Nessuno di loro aveva l’aria di poter avere una matita con sé. Le finestre erano grandi e tutte aperte, e sotto una di esse, sdraiato sul pavimento nella tipica posizione di chi sta scomodo ma è troppo pigro per muoversi, c’era un bambino.

I capelli biondi e troppo lunghi gli cadevano sul viso, lasciando intravedere l’espressione concentrata. Le dita tamburellavano sul quaderno che aveva aperto di fronte a sé. Ogni tanto spostava il peso da un braccio all’altro, urtando l’astuccio gonfio che teneva troppo vicino al corpo. Aveva una felpa arancione arrotolata sulle maniche, e non portava le scarpe.
«Come ti chiami?» chiese Matteo avvicinandosi. La nonna gli aveva insegnato che era da maleducati non chiedere il nome alle persone, e lui ci teneva tantissimo ad essere un bambino per bene, in particolare con chi poteva potenzialmente avere delle matite violette nel suo astuccio.
«Angelo» rispose l’altro senza guardarlo. Poi si girò e si sedette a gambe incrociate davanti al suo interlocutore. «Angelo», ripeté.
«Quanti anni hai?» continuò Matteo.
«Ho sei anni. Vivo a So-li-era» scandì bene le lettere, mostrando l’interno della sua bocca all’intera sala «in provincia di Modena. Faccio la prima elementare. Sono molto bravo a scuola.» Fece un sorrisetto alla fine della presentazione.
«Cosa stai facendo?»
«Sto disegnando. Però non puoi vedere adesso, perché devo finirlo ed è ancora brutto.»
Matteo annuì comprensivo. Poi decise che era già stato troppo educato e passò direttamente al punto della discussione.
«Hai una matita violetta?» domandò.
«Viola?»
«No, violetta.»
Angelo aprì la cerniera del suo astuccio e prese a cercare con grande attenzione. Ne estrasse, dopo qualche minuto, quattro matite di diverse sfumature di viola. Matteo ne scelse una e si avviò in direzione del suo disegno, determinato a finirlo prima che arrivasse il momento di farlo vedere alla madre. Quando il suo capolavoro fu terminato si girò verso il bambino e si accorse che aveva ripreso a disegnare anche lui, masticando una matita grigia. Decise di mostrargli il disegno: in fondo era anche merito suo se era riuscito così bene.
«Sei davvero bravo» mugugnò Angelo, ammirando il foglio che Matteo gli porgeva trionfante.
«È solo perché sono più grande», rispose Matteo. In realtà pensava anche lui di essere bravissimo a disegnare, ma non voleva essere antipatico.
«Chi è questa persona sull’unicorno?»
«Quello è mio padre» spiegò Matteo. «Questa qui accanto è la mia mamma invece.»
Angelo annuì, tornando a posare lo sguardo sul proprio disegno. Matteo si accorse che sembrava impegnarsi molto e non seppe trattenersi dallo sbirciare il foglio. Erano una serie di ritratti di un bambino (Angelo, probabilmente) e un uomo che doveva essere suo padre. Erano impegnati in varie attività che sembravano parecchio divertenti: la pesca, l’autoscontro, il cinema. Il disegno era pieno di colori vivaci. Sul viso del padre, sotto gli occhiali rotondi, era piazzata una grossa goccia d’acqua che gli copriva quasi tutta la guancia.

«Cos’è questo?» chiese Matteo indicandola. Angelo fu interdetto dal fatto che l’altro bambino avesse osato guardare il suo disegno senza permesso, ma la felicità di poter commentare la propria opera superò lo sdegno.
«È una lacrimona», spiegò.
«Ma le persone non piangono con le lacrime così grosse.»
«Ma mio padre piange tanto», disse Angelo, con una fermezza che chiuse la discussione.
Matteo spostò lo sguardo da un’altra parte. Rimase per qualche secondo a fissare le piastrelle del pavimento, poi tornò a guardare il disegno, che ormai non era più nascosto. Provò a chiedere del padre di Angelo, ma l’unica risposta che ricevette fu uno sbrigativo «colpa di mamma».
«Cos’ha fatto la tua mamma?» chiese ancora.
«Se n’è andata.»
Ci fu un lungo silenzio, interrotto solo dai colpi di tosse degli adulti lontani e dallo strusciare della matita sul foglio. Cominciava a fare caldo: era già primavera inoltrata e non tirava un alito di vento. Dalle finestre entrava profumo di erba appena tagliata, ma mischiato all’acre odore del disinfettante per pavimenti non era più tanto piacevole. Matteo pensò che era una buona idea quella di togliersi le scarpe.

«Vediamo mamma solo una volta al mese», disse Angelo. Aveva posato la matita e adesso guardava Matteo. «Papà è molto arrabbiato con lei, anche se non mi vuole dire perché.» Parlando di suo padre, fece un cenno verso l’uomo con gli occhiali che leggeva. «Litigano sempre, quando veniamo a trovarla qui. E poi a casa piange.»
Matteo fece una piccola smorfia, malcelata da un finto prurito al naso. Cambiò posizione e fissò i suoi occhi su quelli di Angelo, che si spostava i capelli dalla faccia.
«Io so cos’è successo alla tua mamma. Lo so perché è successo anche alla mia.»
Gli occhi celesti dell’altro bambino si spalancarono. Matteo gli fece cenno di avvicinarsi, e lui ubbidì senza esitazioni.
«Ecco la verità», gli sussurrò all’orecchio. Angelo faticava a mantenere l’eccitazione. «La tua mamma è un supereroe. Questo posto è un centro per nascondere i supereroi, perché altrimenti rischiano di rivelare la loro vera identità. Anche la mia mamma è un supereroe, infatti anche lei si trova qui dentro. Anzi, forse la tua mamma e la mia sono colleghe. O arcinemiche.»
«Ma allora perché il mio papà è così arrabbiato?» bisbigliò Angelo.
Matteo rifletté. «Forse ha paura che la tua mamma sia in pericolo. È solo molto spaventato. Non c’è niente di male.»
Angelo annuì.
Un uomo in divisa con più rughe di quante se ne riuscisse a contare fece il suo ingresso nella stanza, aprendo una porta vietata a chiunque altro. Scrutò le persone che aveva di fronte, poi si schiarì la voce e disse: «I parenti di Elena Cornelio possono presentarsi in sala visite per il colloquio.»
«Elena Cornelio è la mia mamma», esclamò Angelo con una faccia seria. Si soffiò via i capelli dalla faccia e richiamò l’attenzione del padre, che nel frattempo aveva chiuso il libro e si stava pulendo gli occhiali con mani nervose. Ci volle poco perché sparisse dietro la porta, salutando Matteo con un frettoloso cenno della mano.

Fu solo poco dopo aver ricambiato il saluto che il bambino si rese conto di avere ancora il violetto di Angelo. Non andava bene; il violetto è un colore essenziale, e uno bravo come Angelo non poteva farne a meno.
Si avviò verso la porta con la matita stretta nel pugno e bussò più forte che poteva. Si affacciò il poliziotto con le rughe, che non appena vide il bambino stirò il fremito stizzito delle labbra in un largo sorriso. Gli chiese se avesse bisogno di qualcosa.
«Devi dare questa matita ad Angelo», disse mostrandogli il pastello.
«Angelo?»
«Angelo! Ha i capelli lunghi e gli occhi azzurri. È entrato adesso lì dentro.» Si mise le mani a coppa davanti alla bocca e sussurrò: «Ascolta, lui è convinto che la sua mamma sia un supereroe. Non lo sa che in realtà è qui perché ha fatto una cosa cattiva. Ma è ancora piccolo per sapere queste cose. Non glielo devi dire.»
L’uomo rise. «Tranquillo, ci penso io.»
Matteo tirò un sospiro di sollievo e porse al poliziotto la matita, facendogli promettere ancora una volta di mantenere il segreto. L’uomo si fece una croce sul cuore e poi chiuse la porta.

Antonella Massaro, 2016


Ehi! Se ti è piaciuto questo racconto, potrebbe piacerti anche Due migliori amici. Dagli un’occhiata, la prossima volta.

Scrivi una risposta a Topino Agostino nel regno delle lettere vagabonde – Una raccolta anto-logica Cancella risposta

2 risposte a “La cattiveria delle matite violette”

  1. Avatar renataricci65
    renataricci65

    Anto mi hai distrutto con questo racconto! C’è davvero una sensibilità meravigliosa. Grazie ❤️

    "Mi piace"

  2. Avatar Topino Agostino nel regno delle lettere vagabonde – Una raccolta anto-logica

    […] Se ti è piaciuto questo racconto, potrebbe piacerti anche La cattiveria delle matite violette. Dagli un’occhiata, la prossima […]

    "Mi piace"