Non c’è peggior sordo

7–11 minuti

Non ricordo né i nomi né le facce delle persone. Quando ho iniziato a lavorare a contatto con la gente, pensavo che questa mia generica miopia nei confronti degli esseri umani sarebbe stato un problema. Del resto, anche a me piace essere riconosciuta quando entro spesso nello stesso luogo. Invece ho scoperto di ricordare bene l’unica cosa importante, cioè i libri che prendono.

L’altro giorno un signore mi ha restituito tre libri. Era tutta letteratura americana: vedo una Carol Oates, una Strout, un Wallace. Sa, gli dico, Wallace è il mio scrittore preferito. Il signore mi sorride gentile. Ah sì?, risponde. Allora, cosa mi consiglia di suo?

Gli consiglio un libro che però non c’è. Di solito di Wallace abbiamo una buona offerta, ma in questo periodo, chissà perché, c’è poco. Mi indica Oblio, mi chiede cosa ne penso. Guardi, gli dico, per me è stato un po’ difficile, non so se glielo consiglio.

Difficile in che senso, mi chiede.

Alzo le spalle. Non so, a livello emotivo, forse. Era viscerale in un modo che mi ha presa alla sprovvista.

Rimango per un attimo persa nei miei pensieri, mi chiedo se sia il caso di ammorbare questo povero signore con le mie opinioni poco oggettive su Oblio e su Wallace in generale. Se c’è una gioia che mi dà il lavoro di bibliotecaria è quella di poter dare tutta una serie di opinioni non richieste spacciandole per servizio pubblico. Decido però che per questa volta lascio stare.

Alzo gli occhi e mi trovo davanti un sorriso che non riesco bene a interpretare. All’inizio penso che non abbia capito quello che intendevo e che non me lo voglia dire per non fare brutta figura, ma questo sguardo è troppo gentile – troppo cortese, quasi timido. Sembra indugiare su qualche non detto. All’improvviso mi sembra triste. L’abbiamo reso triste io e Wallace, la nostra incomprensione?

Ma poi il signore dice: «Mi dispiace, non sento bene.» E con gesto sottile, che avrà già fatto un miliardo di volte, mi fa notare la mano che tengo davanti alla bocca.

Ficco entrambe le mani nelle tasche. «Non si preoccupi», rispondo, a voce più alta di quella che vorrei, e gli ripeto di Oblio. Il signore annuisce e mi ringrazia, e torniamo a cercare qualcosa che gli piaccia.

Al momento di andarsene, mi saluta con calore. Mi chiede di dove sono; ero così concentrata sul tono di voce che non ho mascherato l’accento. Mi sento sempre un po’ punta quando se ne accorgono, non so perché. Ma non rispondo mai controvoglia, e anche stavolta rispondo risoluta e con un po’ di sfida che sono pugliese. Lui ride e mi dice: beata lei. Io sono ligure, dice, si capisce perché mi si sente borbottare di continuo, come un temporale che si avvicina e non arriva. È tanto che non torna a casa?, mi chiede ancora. Un po’, rispondo, ma questo fine settimana scendo.

Si diverta allora, mi dice. Io sorrido. Lei mi faccia sapere se le sono piaciuti, la prossima volta che passa!, senza dirgli che la mia vita cambia di mese in mese e quando lui ripasserà io chissà dove sarò.

Il signore se ne va e la sala torna silenziosa. Prendo i libri che mi ha lasciato, per metterli via: mi incammino verso la W di WALL. Mi rendo conto all’improvviso che da quel “non sento bene” avevo cominciato a parlare a voce più alta, scandendo tutte le parole. Sento una fitta di imbarazzo per lui, per come si dev’essere sentito a essere trattato come un vecchio. Avanzo di due scaffali, S di STRO. Del resto, giovane non è; ci dev’essere un momento in cui si realizza di essere anziani e ci si fa l’abitudine. Magari sono io, nella mia insensibilità di giovane, che gli addosso il mio imbarazzo. Dall’altra parte della sala, C di CARO. Mi sembra così irreale l’idea di arrivare a quel punto della mia vita, al punto in cui mi devo abituare a chiedere favori alle persone. Le mie preoccupazioni adesso riguardano il futuro, le passioni, tutte cose intangibili; niente di pratico come qualcuno che non mi sente, qualcosa che non vedo, una gamba che comincia a zoppicare. Ho sbagliato, Joyce Carol Oates è sotto la O. Mi devo concentrare, sta arrivando altra gente.

Qualche giorno dopo torno giù e penso di essermi dimenticata del signore. Mi viene a prendere tutta la comitiva, mio papà, mia mamma, mio fratello. Per strada mi raccontano cose e me ne chiedono altre. Sono due i momenti in cui si parla di più tra di noi: per strada e ai pasti. Io sono una di quelle persone che straparla quando è stanca e quindi partecipo alla chiacchierata con entusiasmo. Mi chiedono cosa voglio mangiare: una domanda solo di forma, perché si sa che quando scendo si mangia pasta ai frutti di mare. Tempo di arrivare e vado a farmi una doccia per togliermi l’aereo di dosso. Quando spengo l’acqua sento già il rumore familiare dell’Eredità in sottofondo.

In televisione ci sono i sottotitoli simultanei, che appaiono man mano che il presentatore parla. «Come mai i sottotitoli?» chiedo. Magari li hanno messi per sbaglio e non sanno come toglierli.

«Li ho messi io», dice papà sbrigativo. Agita al vento una mano, «ormai in televisione non si capisce più niente.»

Io annuisco. Non è falso: il televisore è vecchio e l’audio si è un po’ corrotto. Certo, i sottotitoli coprono le risposte del quiz, ma tanto a indovinare neanche ci proviamo. Domani, quando i miei amici entreranno in casa e chiederanno, «com’è che ci sono i sottotitoli in televisione?», mi scoprirò a guardarli male.

Dopo cena guardiamo un film. Mio papà ha scoperto il video on demand ed è diventato inarrestabile. Senza la pubblicità riesce a vedere un film intero prima di addormentarsi, e adesso ne vede uno ogni sera per recuperare tutti quelli che ha visto solo a metà.

«Scegli tu», mi dice.

Io gli propongo titoli; lui li ha già visti tutti. Cominciamo a leggere le sinossi per vedere se c’è qualcosa di interessante.

«Magari questo», dico di un film a tema famigliare diviso in quattro parti. Mio papà va avanti nella lista. Faccio per protestare, ma mi accorgo che avevo la mano davanti alla bocca, che ho mugugnato.

«Magari quello prima», dico scandendo. Mio papà torna indietro e preme play.

Alla luce intermittente del film lo guardo. Le rughe le ha sempre avute, non mi preoccupano. I capelli bianchi, non proprio nuovi ma sicuramente di più. Nelle foto mi era sempre sembrato uguale, sempre lo stesso uomo piccolo e con le braccia nervose. Non so cosa vedo di diverso adesso. Mi chiedo perché non riesce a dirmi che non sente più tanto bene, come mi ha detto il signore in biblioteca. Perché ha più vergogna di dirmelo di quanta ne abbia uno sconosciuto. Ma poi com’è possibile che già non ci senta? Il signore va bene, è vecchio, questo lo so. Ma per me, l’asticella di quando una persona è anziana si alza di pari passo con i compleanni di mio papà.

Dico a papà che sono stanca e devo andare a dormire, di raccontarmi poi com’è il film. Sembra dispiaciuto, ma dice va bene. Non sono così stanca, ma mi viene da piangere e davanti ai miei non si piange, non lo capiscono. Vado a letto, accendo la luce e cerco di leggere, ma la mia testa è monopolizzata da un solo pensiero. Papà che invecchia. Papà che diventa una persona diversa, una persona che non mi può più prendere in braccio e che non sente tutto quello che dico. Una persona che non è più mio papà. Mio papà è sparito mentre io ero al Nord a fare chissà cosa.

Sento i passi che salgono le scale. «Ancora sveglia stai?», si affaccia.

Ricaccio indietro il magone, sono brava a farlo ormai. «Com’era il film?»

«Mah.» Rimane sull’uscio, non gli piace entrare in camera. Esco dalle coperte e mi siedo sul letto, così mi vede meglio.

«A me sembrava carino.»

«Boh, insomma, questi cambi temporali… secondo me non tanto c’era bisogno. Poi la protagonista rompeva le scatole con ‘sta faccenda del giardino.» Mio papà non dice le parolacce davanti a noi, anche se io ormai ne dico tante.

«Vabbè, la prossima volta lo scegli tu, dai.»

«No vabbè, che vuol dire. Uno mica può sapere.» Si avvicina al letto, mia mamma già dorme, quindi evitiamo di alzare le voci. Penso a cosa posso dirgli per tenerlo lì con me. Mi pento di non aver finito il film insieme.

«Ma alla fine col libro come hai combinato?», mi chiede lui.

Gli dico che l’ho mandato a qualche casa editrice, ma ci vuole tempo perché mi rispondano. L’ho anche mandato a un concorso ma non ho speranze molto alte. Un romanzo come il mio, un po’ fantasy, non piace a tanta gente. Però insomma, uno ci prova.

«Hai fatto bene», dice. «Tanto non si perde niente.»

Annuisco. «A parte trenta euro di iscrizione.»

«Eeeh, e che è. Trenta euro gli servono, per leggere un libro? Tu ne leggi un sacco aggratis.»

Rido. Sono un po’ nervosa, dico.

«Non c’è bisogno», mi risponde. «Comunque vada sarà un successo.»

«Grazie papà», gli dico, e mi sembra spaesato. Davvero non l’avevo mai ringraziato, o se ne dimentica ogni volta? Comunque annuisce e mi augura la buonanotte. Esita un attimo, sulla porta. Mi raccomando, dice, non fare tardi.

Ehi papà, mi viene da chiamarlo mentre se ne va. Cosa vuol dire mi raccomando? Cosa vuol dire non c’è bisogno, cosa vuol dire comunque vada? Papà, stai invecchiando, lo vedo. È difficile da accettare sia per me che per te. Ma queste cose che mi dici, l’amore che c’è dietro, quando avevi quarant’anni io non lo capivo. Papà, forse non sei più l’uomo che mi può prendere in braccio, ma stai diventando un padre di fronte al quale posso piangere. Non piangere per te, però, quello non lo capiresti lo stesso. Ma finché apro la bocca mio papà già russa nell’altra stanza, e io piango di fronte a nessuno, a luce spenta.

Antonella Massaro, 2023


Ehi! Se ti è piaciuto questo racconto, potrebbe piacerti anche Ci pensa mai al suo funerale? Dagli un’occhiata, la prossima volta.

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2 risposte a “Non c’è peggior sordo”

  1. Avatar valenteadina
    valenteadina

    La prossima volta che ti viene lo sconforto pensa a me ,la nonna e il nonno….

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  2. Avatar renataricci65
    renataricci65

    Grazie!!!! È un flusso di emozione continua e mi hai travolto! Ci sei tu con tutto il tuo mondo e con la consapevolezza che arriva tutta d’un tratto, che il tempo trascorre e alcune cose non tornano… È una consapevolezza che conosco bene e il tuo racconto l’ha fatta vibrare con dolcezza e commozione ❤️
    Davvero bello e coinvolgente 😍

    Piace a 1 persona